In questo periodo di lockdown, lo stabile in cui abito (non da tanto tempo) si é fatto molto silenzioso.
Incrocio raramente gli altri vicini nella grande entrata che ci accoglie con magnanimità ed eleganza (si sente che é stata fatta da un bravo architetto che non badava a spazio e aveva belle pretese). Camminiamo infatti inizialmente fieri di tanta grazia, per diventare poi furtivi e a disagio dietro la nostra “differenziata,” scambiandoci solo frettolosi e impercettibili saluti.
Altri segni di vita non pervengono, né dal brusio televisivo, né da esclamazioni di vita famigliare.
Sembriamo arresi ad un mutismo condominiale.
A notte fonda accolgo con piacere il rumore a stantuffo dell’ascensore che mi porta a chiedermi chi siano e cosa facciano quegli esseri che rientrano tardi e sfidano i divieti.
Dopo poco però tutto tace e mi trovo in un’ovatta di silenzio senza più parametri vitali, abbandonata dai regolari dormienti e sveglia all’inquietudine di una notte dai labili confini.
Appena si affaccia questo pensiero molesto, accade ogni sera, però, lo stesso miracolo.
La mia vicina del piano di sopra, con quattro passi usciti dal niente, fa scorrere con un fragore madornale le imposte laterali e con colpo secco chiude la porta della sua camera.
Quel rumore, simile ad uno scroscio di sassi in un torrente e ad un albero abbattuto da mani sapienti, squarcia il silenzio tombale e, invece di infastidirmi, mi provoca una allegrezza riconoscente, un senso di appartenenza ad un ingranaggio vitale.
Quel rumore mi acquieta, e, come i bambini che si addormentano nel brusio degli altri, spengo la luce e mi appresto a dormire…

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