Lo stendino
L’ ho sempre abborrito e recluso in qualche anfratto nascosto della casa. Impossibile farmi sorprendere con quest’oggetto riempito dei miei indumenti. Sarebbe come sentirmi denudata di un’intimità segreta. (Ho l’impressione che per gli uomini non sia la stessa cosa..)
Non ho ricordi di tale oggetto nella mia infanzia o giovinezza. Al tempo vigevano terrazzi assolati dove per andarci si varcava la soglia di casa ed era già un piccolo viaggio fuori porta.
Per noi bambini era uno spazio estraniato e il giocare a nascondino con sbattute in faccia dal vento, lenzuola al profumo di Marsiglia.
Poi nel tempo, per spazialità meno generose e città piú nordiche, ho dovuto anch’io soccombere, come tanti, a distendere e vedere, quello che sono, in questi esili filamenti.
Non mi risulta che i giovani provino la stessa mia fastidiosa vergogna, forse perché più liberi e padroni del loro corpo e delle apparenze. Esibiscono infatti con estrema indifferenza questa scultura di vita quotidiana.
Io rimango in bilico tra due mondi opposti, sento la pesantezza del primo che predilige il bello a costo di sotterfugi fastidiosi e la leggerezza del secondo, in cui prevale solo il sottile piacere di osservare, attraverso l’atto ordinario e ordinato di stendere, il ripetersi di un ciclo essenziale di azioni e momenti di vita vissuta, lavata e pronta a nuove azioni.

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