Saper osservare (un sito, una casa, uno spazio aperto) é una tecnica che si apprende e si condivide in un gruppo di lavoro.
Esperimento che ho proposto a giovani architetti (un po’ increduli) del post-Master di Filosofia del Territorio a Parigi, per un progetto di riabilitazione di un intero quartiere (Jeanne Hachette a Ivry sur Seine) progettato da Jean Ranaudie e ormai semi- abbandonato.
(C’è infatti la richiesta da parte della municipalità di sistemarlo) .
Come procedere?
Ho proposto di visionarlo senza prendere appunti, fare schizzi, foto. Solo lasciando libero il proprio spazio mentale e la capacità empatica (propria a tutti) di sentire, prima che capire, il senso del luogo.
Solo una volta a casa si scrive l’osservazione, per discuterla successivamente con il gruppo.
Incredibile vedere come si amplia l’immaginario di ciascuno leggendo la riflessione di un altro.
Chiedendo di investire i loro sensi, hanno esplorato il luogo attuale mischiandolo a sensazioni personali.
L ‘esperienza (per me) é stata simile a quella di un direttore d’orchestra, che stimola ognuno per fare uscire il meglio di sé.
E cosi si é prodotto una sinfonia eclettica, vivace, interamente vissuta nella propria pelle.
Io, che non avevo visto il luogo, ho potuto immaginarlo, vederne gli scorci, sentirne gli odori, capirne i punti fragili, i percorsi rassicuranti, le coordinate per un futuro benessere.
Solo cosi, credo, possiamo approcciarci ad un progetto. Perlustrando e confrontando con gli altri, il nostro spazio intuitivo, percettivo, visivo e sensoriale.
Richiede lavoro e un ingaggio personale.
Il risultato però, sempre, sorprende.

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