Ikea
L’estetica della normalità.
Una casa da ammobiliare è una bella sfida e parto quindi con una speranza fiduciosa in questa Mecca dell’illusione.
Con un carrello che invita alla bulimia mi giro tra scaffali per cercare quello che mi serve per appagare i miei bisogni.
E la finzione maschera così bene la realtà che mi vedo veramente in queste cucine di stile diverso intenta a mettere dei piatti elaborati in un forno a microonde o a servire del sedano e carote in un living minimalista.
É questa iperattività che si scatena in identificazioni multiple che provoca alla fine questa fatica pazzesca?
Eppure in questo circo multicolore io provo l’ebbrezza di cambiare tutto, di far la rivoluzione a basso costo con dei mobili che durano, spesso, quanto brevi amori, sedotta da un’atmosfera nordica, razionale e ben ordinata davanti alla quale mi sento sempre, non so perché, inferiore.
È vero che immaginarsi betulle alla finestra bevendo in tazze bianche sembra più poetico del muro triste davanti a casa.
Ma non so perché, però all’ultimo momento mi dissocio dal miraggio, abbandonando quella fiducia cieca e cominciando a trovare banale, quello che un attimo prima mi sembrava geniale e inesorabilmente mi ritrovo nel fondo del carrello sempre le stesse cose: pacchi giganti di candele per aurore boreali e salviette di carta blu che si aggiungeranno ormai a provviste decennali.

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