Erika Antonelli

Cortocircuiti: Il bello dentro al brutto, la street art e la sua capacità di costruire legami

L’arte di strada è uno dei volti della rigenerazione urbana, perché oltre a essere un’opera immaginata per essere vista e apprezzata, è anche un modo per cambiare il quartiere dove si realizza

In arte Neve, all’anagrafe Danilo Pistone. È uno street artist di 35 anni da poco diventato papà («Ormai notti e giorni si assomigliano», dice divertito al telefono). È nato a Torino, realizza opere mozzafiato e di certo non ha peli sulla lingua: «Mi faccio quelle che in gergo sono volgarmente dette “seghe mentali”, e cioè prima di realizzare un disegno mi piace andare a capire che posto è, chi ci passerà, ma anche da quale direzione arriva la luce del sole».

Altro che seghe mentali, Neve ha riassunto in poche parole (e con l’accento torinese “sporcato” dagli anni trascorsi a Milano) il nodo centrale dell’arte di strada: il dialogo che intesse con il contesto urbano e i passanti che ogni giorno lo abitano. Migliaia di gambe e occhi sovrappensiero, indaffarati o distratti che solcano le vie delle città. E quante volte è successo di dirigere lo sguardo verso questo o quel murale, ammirandone linee e colori.

«Che belli», viene da pensare, ma la parete di un casermone di periferia rimarrà sempre tale, con o senza una spruzzata di vernice. E così i problemi in essa radicati, figli di anni di abbandono e disservizi. Il punto di vista cambia se si considera l’opera non come mero prodotto ideato per abbellire una facciata, bensì processo di riappropriazione di spazi pubblici e identità. 

È quello che fa Mario D’Amico, 68 anni, street artist di periferia. Nel 2013 fonda il movimento dei “Pittori Anonimi der Trullo” e il nome non fa mistero delle sue origini romane. Il Trullo è una borgata a sud-ovest della Capitale e da quando Mario è tornato a viverci ha cambiato volto. Quasi a ogni angolo spuntano murales bellissimi, spesso accompagnati da versi in rima. Li scrivono i “Poeti der Trullo”, la costola primaria da cui è nato il progetto di D’Amico. Prima di eseguire il disegno, lui e il suo stuolo di artisti citofonano e mostrano i bozzetti ai residenti.

Se approvati proseguono con la realizzazione, che porta con sé anche qualche piccola miglioria: una passata di stucco per tappare i buchi sui muri, tagliare l’erba alta. L’intento è scuotere i residenti dall’immobilità: «Lo faccio per i regazzini, la generazione mia ormai è persa, ma loro no».

Chissà se Mario sa quale gesto primordiale si nasconde dietro al tosare l’erba nel quartiere. «Fin dai tempi antichi, spiega la psicologa e psicoterapeuta Donatella Caprioglio, l’essere umano ha bisogno di addomesticare l’ambiente in cui vive. Un prato in ordine attrae l’occhio perché esprime la cura verso quel luogo, e percepire cura e amore diminuisce la paura sociale. La street art risponde alla stessa esigenza. Dipingere pareti ed edifici significa, secondo Caprioglio, «dare un volto alla superficie, quasi rendendola umana. Colorando si racconta un’idea, anzi di più, si dice: “io esisto”». 

Avere uno spazio destinato a esprimere «la propria peculiarità» è fondamentale anche per Giovanni Matteucci, professore ordinario di filosofia estetica all’Università di Bologna. Le periferie, che lui definisce «distanze immodificabili», dovrebbero disporre di «luoghi o momenti destinati ad accogliere la soggettività». In quest’ottica il palazzo diviene tela moderna, anzi lavagna «su cui incidere un segno che rappresenti la propria cifra distintiva». La street art, sostiene Matteucci, ha il pregio di «costruire una cultura della diversità nell’uniformità».

Non solo arte, però. Lo spazio urbano deve essere progettato in modo «esteticamente responsabile», dichiara il professore, dunque pensando alle relazioni che in esso avverranno. È lo stesso assunto da cui muove Roberto Pantaleoni, architetto del collettivo “Orizzontale”: «Bisogna abbandonare l’idea del professionista-demiurgo in grado di decidere da solo le forme e ricordare che il fine è agevolare l’incontro tra persone». E nessun luogo è meglio di una piazza per far incontrare moltitudini.

Ecco perché “Orizzontale” ha deciso di riqualificare il quartiere Toscanini di Aprilia (una città a meno di 50 chilometri da Roma) costruendo una sterminata agorà moderna, estesa su una superficie di 8600 metri quadri. Per farlo ha impiegato diversi prefabbricati e materiali facilmente reversibili. «Stacchiamoci dall’idea dell’immortalità dell’opera, oggi i luoghi devono essere dinamici e rispondere alle variazioni d’uso di chi li abiterà». 

Per sua stessa natura, anche la street art è un inno alla contingenza e non aspira a bearsi della sua immortalità. Come dice il curatore di arte urbana Stefano S. Antonelli, il nodo centrale dell’arte di strada risiede nella capacità di «cortocircuitare», cioè mettere in correlazione il livello più alto, l’espressione artistica, con quello più basso, il contesto urbano spesso degradato. Le opere che nascono in strada sono fatte per essere vissute tutti i giorni dai passanti-spettatori, non contemplate come oggetti preziosi.

Il contrario di quanto accade in un museo: «Al suo interno abbassi la voce, componi i movimenti e cerchi di essere il meno disturbante possibile. Lo stesso atteggiamento che assumi in un luogo sacro». Il suo progetto, invece, guarda alla capacità performativa dell’arte, e cioè all’interazione con le persone. realizzarla nel contesto urbano è anche un modo per renderla più fruibile, sottraendola al dominio di esperti d’arte e collezionisti. 

Antonelli è responsabile di “Big City Life”, un progetto di riqualificazione destinato a Tor Marancia, altro quartiere periferico di Roma. Qui artisti italiani e internazionali hanno realizzato 22 murales e dato vita al Museo Condominiale della zona. Secondo il curatore le opere sono «rappresentazioni ermeneutiche», cioè prodotti in grado di stimolare il passante a chiedersi cosa rappresentino. «Il contesto urbano è dominato da immagini che veicolano messaggi chiari, azzerando ogni tipo di interpretazione», racconta.

Lo scopo del museo a cielo aperto era solleticare la curiosità delle persone, spingerle a chiedersi: «Cos’è?». È successo davanti al murale dello street artist Jaz (il vero nome dell’artista argentino di origini italiane è Franco Fasoli), un episodio che Antonelli ricorda con piacere. Il disegno rappresenta due lottatori – sui calzoncini uno reca lo stemma della bandiera argentina, l’altro italiana – mentre combattono tra loro. L’argentino tiene sulle spalle l’atleta italiano e hanno entrambi un volto di tigre. Due passanti anziani li osservano senza spiegarsi il motivo, finché non arriva uno spettatore più giovane: «Ma che non ve lo ricordate l’uomo tigre?» Ha ragione, “Il Peso della Storia” (questo il nome dell’opera) è un omaggio al cartone animato. 

«Siamo consumatori di esperienza e di bello – sostiene il professor Matteucci – e la forza espressiva della street art risiede nel fatto che i suoi prodotti artistici sono concepiti per permettere a chi guarda di immergersi in loro». Consumare il bello presuppone una dinamica precisa: le opere non possono né devono essere racchiuse in una teca che le sottragga al circuito dell’usura. Il murale è frutto di una specifica contingenza proprio perché racchiude in sé la soggettività dell’artista e l’identificazione del passante-spettatore.

Un “qui e ora” determinato, ma passibile di cambiamento. Come le architetture attente ai bisogni delle persone, così anche l’arte di strada, che proprio insieme all’architettura costituisce una sfaccettatura della riqualificazione urbana, è destinata a essere in costante mutamento. Incarna la necessità del tempo e quando questo cambierà dovrà cedere il passo a un disegno che ne colga di più lo spirito. È lo Zeitgeist, bellezza.

Febbraio 2021 – AFFARIITALIANI.IT

CRONACHE Sabato, 27 febbraio 2021 – 12:02:00

Nasce lo spazio I caffè dell’abitare: incontri (web) per raccontare se stessi

In quest’ultimo anno di pandemia, la nostra vita si è divisa tra la casa e la rete internet. Donatella Caprioglio ha messo insieme questi due elementi: l’esito è sorprendente.

Insofferenza, disagio, talvolta anche di peggio: questo hanno prodotto i mesi di lockdown e comunque le limitazioni che hanno costretto tutti noi a cambiare i ritmi ai quali erano abituati. La psicoterapeuta e scrittrice Donatella Caprioglio ha usato la piattaforma Zoom per un ciclo di incontri che permetta alle persone di raccontare la loro esperienza e le difficoltà attraversate. Uno spazio aperto che ha chiamato “I caffè dell’abitare” .

Prendere un caffè insieme è un gesto lieve, amicale, l’occasione per raccontare qualcosa di sé senza enfasi. In questi momenti abbiamo proprio bisogno di dialogare con leggerezza per condividere un momento di grande stanchezza e incertezza sul futuro. Le persone sono rimaste in casa e ne hanno colto i vantaggi e i limiti. Hanno capito maggiormente le loro esigenze, si sono confrontate con uno spazio che riflette il loro mondo interiore spesso senza capire che la casa è un potente strumento terapeutico, se viene utilizzata con una consapevolezza nuova. I caffè dell’abitare propongono una conoscenza maggiore dei propri bisogni, molto spesso sconosciuti o dimenticati, proprio ora che siamo confusi o ci sentiamo perduti senza trovare più un senso nello spazio che viviamo.

Ed è a questo punto che entra in gioco lei: quale è il suo compito?

Come psicoterapeuta avverto una sofferenza generale e un bisogno di sostegno. Questi incontri sono leggeri e profondi e fanno un gran bene. Già prendersi il tempo per seguirli è un gesto di cura per sé. Non vogliono essere delle terapie, ma alla fine ci si sente sollevati, appartenenti ad un gruppo.

Francosie Dolto (psicoanalista francese) diceva che la parola fa esistere. Ai caffè il mio ruolo è esprimere il mio pensiero sull’abitare, perché sono anni che mi appassiono all’argomento dal punto di vista simbolico e psicologico. Ma soprattutto voglio permettere a tutti il lento fluire di un discorso personale: l’ascolto del gruppo, fa il resto.

La casa riflette il nostro mondo interiore, guardando la nostra casa possiamo vedere noi stessi

Come è stato il primo caffè che si è appena svolto, quale risposta ha avuto?

L’esito è stato fantastico. Il caffè è aperto a tutti e c’erano quindi persone con lavori diversi, anche attinenti alla casa. Hanno tutti parlato del loro modo di vivere gli spazi ed è stato, credo, liberatorio, profondo, a tratti commovente, ma anche gioioso. Un’ora e 45 minuti di scambio sincero e libero: lo schermo del pc aiuta ‘a schermarsi’, protegge più di un incontro dal vivo. Questo facilita il racconto personale, permette a ciascuno di scoprire che parlare di case è parlare del nostro mondo interiore, porta a riflettere sulle nostre architetture interiori, fatte di sensazioni, odori, mobilio.

Ai caffè dell’abitare si accede su prenotazione: le date appaiono sui social e sul sito https://www.donatellacaprioglio.it/webinar  e ciascuno può comodamente iscriversi.

Si formano piccoli gruppi, non più di 14 persone e la durata è solitamente  di 1h.45.

Ottobre 2020 – INTERNIMAGAZINE.IT

HOME THERAPY

La casa è un potente strumento terapeutico se viene capita e utilizzata con una consapevolezza nuova. Durante lo scorso confinamento abbiamo imparato molto di noi dalle nostre case. Sei mesi fa, forse per la prima volta nella nostra vita, ci siamo abitati: cioè abbiamo capito che la casa siamo noi, il nostro corpo e i nostri bisogni primari. Abbiamo colto il valore simbolico delle stanze e usato questa conoscenza per entrare in contatto con il nostro mondo interno e per tenera a bada le paure sottostanti con i gesti del quotidiano.

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Ottobre 2020 – EXPATCLIC

Psicologia dell’abitare: ne parliamo con Donatella Caprioglio

Donatella Caprioglio Psicologa E psicoterapeuta

Partiamo così in maniera libera: che cos’è la Psicologia dell’Abitare? La psicologia dell’abitare parte dalla semplice osservazione di come abitiamo le nostre case, come rispondiamo alla richiesta “dov’è la mia casa?”. Per gli espatriati è sicuramente una domanda molto forte.

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04 Agosto 2020 – La Stampa

Cucine salvifiche, spazi flessibili e materiali biocompatibili: così cambia il concetto dell’abitare

Psicologi, architetti e interior designer stanno provando a tracciare i parametri di quella che sarà la casa del domani

Psicologi, architetti e interior designer stanno provando a tracciare i parametri di quella che sarà la casa del domani

Stasique_Photography
Stasique_Photography

«Noi plasmiamo le nostre case e poi le nostre case plasmano noi» sosteneva Churchill. Vero. Lo abbiamo provato sulla nostra pelle durante i mesi bui del Covid.

La pandemia ha stravolto la nostra quotidianità e con esse il rapporto con il luogo in cui viviamo

E in tutto ciò anche lo smart working ci ha messo lo zampino moltiplicando le difficoltà della convivenza casa-famiglia-ufficio h24. Ogni abitazione ha subito un potente stress test e ora – dopo mesi di clausura forzata – ci si interroga sui perimetri, sulla flessibilità degli spazi e pure sulla natura, perché una cosa abbiamo imparato: la bellezza (e la fortuna) di poter disporre di un terrazzo o di un giardino. Psicologi, architetti e interior designer stanno provando a tracciare i parametri di quella che sarà la casa del futuro, perché il post-Covid19 lascerà il segno, anche sul mattone.

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08 Luglio 2020 – DESIGN RESISTENZA – Cristina Provenzano

Nel Cuore delle Case Post Lockdown

“Parlare di case significa in realtà parlare di persone, per questo l’abitazione è una stimolante metafora dell’identità personale”.

Per la prima volta nella storia, tra marzo e aprile, ogni abitazione ha subito un potente stress test.

Quali saranno i cambiamenti nel futuro prossimo dell’abitare?

Da qui l’interessante punto di vista della dottoressa Donatella Caprioglio

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01  luglio  2020 di Patrizia Vacalebri – DESIGN&GIARDINO

Idee per la casa del futuro a prova di virus

Spazi comuni più grandi, terrazzi, materiali naturali

Ambienti che bilancino condivisione e intimità, cucine capienti, spazi per la connessione, e poi, terrazzi, balconi.

Materiali naturali come l’argilla e la terra cruda per definire gli interni, pavimenti in legno biocompatibile.

A causa della pandemia, per la prima volta nella storia, ogni abitazione ha subito di fatto un potente stress test.

Allora quali saranno i cambiamenti nel futuro prossimo dell’abitare?

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Sabato, 16 maggio 2020  – AFFARITALIANI.IT

Coronavirus, il nuovo senso dell’abitare: così cambia la casa post Covid-19

L’intervista di Affari a Donatella Caprioglio, psicoterapeuta e scrittrice

Qual è il nuovo senso dell’abitare dopo questo lungo lockdown?

Come cambia la casa post Coronavirus? 

Affaritaliani.it lo ha chiesto a Donatella Caprioglio, psicoterapeuta e scrittrice, autrice del libro “Nel cuore delle case” (Ed. Il punto di Incontro).

Come è stata vissuta la casa durante il confinamento?

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21 ottobre 2019 Designatlarge.it

«Abitare è abitarsi»: progettare una casa felice si può, guardandosi dentro

Le nostre case ci fanno stare bene o male, perché il design dei nostri interni ha un impatto enorme sul nostro benessere.

Per creare il nido migliore bisognerebbe investire tempo per conoscersi, più che conoscere le tendenze.

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Psicologia dell’abitare (D. Caprioglio): “Racconta i bisogni più intimi”

ANNALISA COLAVITO 23 APRILE 2021

Psicologia dell’abitare: se ne parla poco, pochi sanno cos’è, il che non significa che non esiste! La psicologia dell’abitare è il paradigma multidisciplinare che spiega il rapporto tra l’abitazione e la parte più intima di noi stessi. Vi è mai capitato di andare a casa di un amico e rendervi conto che viveva in un luogo non in linea col suo modo di essere? O che, al contrario, era gremito di oggetti, poco curato, raccontava la sua compulsione all’accumulo?

La casa, specchio dell’identità personale

La casa è, per tutti noi, il luogo dell’anima, rappresenta la nostra identità, le persone che siamo. Donatella Caprioglio, psicologa e autrice del libro “Nel cuore delle case” ha raccontato il significato della psicologia dell’abitare. “La casa dice molto di noi. Le donne sono più attaccate alla casa, rappresenta quel guscio protettivo, ne hanno cura come fanno con i figli, la casa è un guscio protettivo, riparazione, sinonimo di accoglienza, metafora della nostra identità. Basta andare a casa di qualcuno per capire com’è questa persona – ha osservato la dottoressa Caprioglio, a Tutto in Famiglia, su Radio Cusano Campus –  lo studio della psicologia dell’abitare nasce dalla mia esperienza con la psicologia infantile, che è la mia specialità. Molte persone fuori luogo, non centrate, in cerca di una pace, avevano avuto un’accoglienza primaria non buona: figli venuti al mondo in un momento sbagliato o quando la madre aveva dei problemi. Quel primo sguardo di accoglienza era inquinata da delle difficoltà, patologie, lutti. Quando veniamo al mondo siamo molto intuitivi, il bambino quando viene al mondo avverte che c’è qualcosa che non va.”

Il corso di formazione, da ottobre

Psicologia dell’abitare: psicologi, architetti ed esperti di marketing, potranno specializzarsi, a partire da ottobre in alcune università italiana. “La casa ci descrive. E’ importante guardare le nostre case e osservare quale messaggio ci rimandano. Se certi punti ci inquietano significa che bisogna metterci le mani: tutti abbiamo delle fragilità – ha aggiunto Caprioglio – se non ce la facciamo potremmo farci aiutare da professionisti: architetti o psicologi dell’abitare. Ad ottobre partiremo con la formazione e metteremo insieme due categorie: chi si occupa della casa da un punto di vista tecnico, architettonico, e chi si occupa della persona, della dimensione emotiva.”

I luoghi della casa corrispondenti ai nostri bisogni primari: cucina, bagno, camera da letto

La cucina, il bagno e la camera da letto corrispondono ai nostri bisogni primari. “Quando si nasce i bambini col corpo si aggrappano alla mamma, con l’uso della bocca, a due anni viene passano all’attivazione della zona anale, verso i tre e i cinque anni cominciano ad interessarsi agli altri ed entra nella fase fallico-genitale, quindi è la fase del gioco del dottore e dell’esplorazione del mondo. La casa rappresenta queste tre fasi: la cucina è l’oralità, il bagno è l’analità e la camera da letto è la sessualità – si è congedata Donatella Caprioglio – sarà la casa a raccontare quale e quanto nutrimento abbiamo avuto. C’è chi mette la cucina dentro l’armadio, ad una persona formata sulla psicologia dell’abitare dovrebbe venire un campanellino e chiedere come mai non vuole la cucina? Questa persona il più delle volte non ha avuto una buona relazione primaria e quindi può privarsi di un luogo importante. Dal modo di abitare capiamo il rapporto coi bisogni più profondi dell’altro.”