La mia storia professionale comincia a cinque anni, quando volli stringere la mano ad un adulto. Non facevo che riprendere i gesti delle persone intorno a me. Questi mi diede un buffetto sulla testa ed io rimasi con la mano sospesa nel vuoto.

Ricordo ancor oggi, il sentimento di disagio e umiliazione nel rimetterla nella tasca. In quel momento non esistevo.

Da lì capii che gli adulti non capiscono i bambini.

Forse per questa consapevolezza iniziale più tardi mi sono laureata in Psicologia, seguendo una formazione psicoanalitica, specializzandomi successivamente nella cura dei bambini molto piccoli. Quello che mi interessava era comprendere come si costruisce l’identità di una persona, il percorso dalla dipendenza all’autonomia del corpo e del pensiero.

Poiché la costruzione della casa, nello studio del terreno e nella cura nel mettere una giusta quantità e qualità di cemento nelle sue fondamenta per renderla solida ha un’assonanza con la costruzione della nostra identità, che si poggia su un terreno famigliare e beneficia del cemento affettivo dei primi anni di vita, l’interesse attuale mi spinge a studiare le connessione tra identità e casa, tra necessità primarie e architetture riparative.

Nulla è più identitario, in fondo, di una casa.
A seconda del come la scegliamo, o del come la abitiamo,
potremmo capire la parte più intima di noi stessi.